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Strage di Caraffa, la donna del mistero

Esclusivo, la verità sul massacro della famiglia Pane. Claudio Tomaino si faceva scudo con una storia di sette sataniche, ma "l’alibi" del diavolo è crollato. L’assassino è smascherato da uno scambio di espliciti mms e sms che News ha visto e letto. E il movente si rivela una gigantesca truffa che coinvolge anche la ’ndrangheta

News - 6 maggio 2006 - di Edoardo Montolli

«Ho gia pianificato tutto x te cioè ho gia lasciato disposizioni al notaio al commercialista e al direttore di banca cosi siccome io scendo x la meta di febraio». L’sms è del 12 dicembre, ore 13.44, e rinfrancava il pranzo del probabilmente ansioso Camillo Pane. Come dire tutto ok, è fatta. E lui era già a fregarsi le mani, pronto a rivendersi il terreno appena comperato a un conoscente della ’ndrangheta. Non sapeva ancora che l’affare che stava portando a termine si sarebbe concluso in un massacro, dove lui avrebbe perso la vita insieme alla moglie Annamaria e ai figli Eugenio e Maria, uccisi a colpi di pistola in un casolare di Tre Olivare, a Caraffa. E nemmeno s’immaginava che quel nipote tanto caro, Claudio Tomaino, accusato della strage, avrebbe coperto la vicenda come una storia di sette sataniche. Come un sacrificio di sangue da fare a Satana. Non poteva immaginare che l’avvocato Armando Manfredi, che ormai gli scriveva sms dalla primavera precedente, portando avanti le sue intermediazioni immobiliari, fosse l’avvocato del Diavolo.

Perché proprio Claudio gliene aveva parlato e presto lo avrebbe incontrato di persona. Era convinto fosse uno che presto gli avrebbe fatto fare la grana, tanta grana per lui, che aveva campato lavorando come infermiere per anni: “vi investimenti che valuteremo insieme per maggio giugno comunque ci sentiamo ancora prima che scendo per quansiari cosa scrivimi su questo numero”. Così chiosava nel prosieguo dell’sms il potentissimo avvocato, capace di fargli acquistare in tempi rapidi e a prezzi convenienti immobili da rivendere.

E infatti la verità non l’avrebbe immaginata mai. E nessuno l’avrebbe scoperta se il superconsulente della Procura di Catanzaro Gioacchino Genchi non avesse recuperato quei messaggi cancellati sul cellulare di Camillo Pane. Messaggi che dimostrano che l’Avvocato del Diavolo è solo un film con Al Pacino. E che per il patto con Satana di Tomaino non c’era certo bisogno di scomodare Goethe e il suo Faust.

Perché in realtà l’avvocato Armando Manfredi non è mai esistito. E il cellulare da cui partivano era intestato proprio al nipote, che aveva opportunamente cancellato dal suo telefono ogni traccia.

Era cioè lui a far credere allo zio di essere in possesso, attraverso il fantomatico avvocato Manfredi, di interessanti affari. Al computer falsificava i contratti, chiedendo probabilmente una percentuale sulla buona riuscita del colpo. Poi però lo zio ha rivenduto il tutto. E ha girato terreni, case e quant’altro l’avvocato gli procurava, a personaggi legati alla ’ndrangheta di Lamezia Terme. Cedendo per milioni carta straccia.

Qualcuno ha probabilmente chiesto il conto. E Tomaino glielo ha fatto pagare, giocandola come una vendetta luciferina, probabilmente perché il Diavolo fa meno paura di un boss calabrese. Ne sarebbe uscito lindo, magari pazzo, ma nessuno avrebbe saputo. Invece no, non è andata così.

In nove relazioni Genchi ha ricostruito le frenetiche telefonate del 26 marzo tra Tomaino e lo zio e quelle della giornata successiva, il 27, quando a massacro avvenuto, i cellulari delle vittime si spostano con i suoi alla stazione di Paola, dove viene abbandonata la macchina degli zii. A guidarla sarebbe il nipote: il tassista che lo ha riportato a casa lo ha riconosciuto.

Tomaino simula così una partenza improvvisa della famiglia, inviando un sms alla sorella della zia uccisa, Angela Sacco, con il cellulare che le ha sottratto: “Angelina nn ti ho detto nhente ma stasera partiamo per ricovero per camillo sai come e camillo nn vuole che si sa nn so quanto stiamo in settimana prossima ti chiamo per la fretta abiamo dimenticato anche i caricatori a presto risp.” Con quello portato via al cugino Eugenio arriva invece una telefonata ad Angelina Pane da una voce roca e completamente diversa nei contenuti: «Sono Camillo … Sono a Paola e sto partendo per Torino … per ricoverare mia moglie e mia figlia …». Ma quando viene fatta, alle 18.26, Camillo Pane è morto da un pezzo.

Il puzzle lentamente si ricostruisce fino a quando, in località La Marinella, viene ritrovata l’arma del delitto, oltre ai carteggi del fantomatico avvocato Manfredi, identica a quella trovata a casa di Camillo Pane. Ma qualcosa, evidentemente, ancora non torna. Tomaino, avendo preso l’auto degli zii il giorno della strage, non può aver fatto tutto da solo. Perché la sua auto, qualcuno da lì, deve averla recuperata.

E, a oggi, è indagata per favoreggiamento la compagna Daniela Silipo, con cui si registrano in quelle ore convulse, numerosissime, chiamate. Ma l’attenzione del pm Salvatore Curcio e dei carabinieri sotto la guida del tenente colonnello Francesco Iacono si sposta anche altrove: come le chiamate fatte dal cellulare di Eugenio, quando ormai era morto, a una donna palermitana già al centro di indagini dell’Antimafia.

E ancora a quelle fatte da Tomaino, poco prima e poco dopo la strage, a tre professionisti della zona, a un elettricista, a una ditta torinese. E infine a quelle fatte da Tomaino e compagna a un loro amico, uno che aveva un set di sim telefoniche svizzere. Perché molte ombre aleggiano sulla vicenda: dai rapporti di Tomaino con alcuni esponenti della ’ndrangheta ai poco chiari rapporti di letto di alcuni dei protagonisti che potrebbero portare a ulteriori rivelazioni. E ancora alcune note registrate sul telefono di Tomaino che fanno supporre a giri assai poco limpidi del ragazzo: “corsi di formazione professionali regionali già preparati dal professore v. e consegnati a m. che e in pessimi rapporti con codesto ma devono essere firmati e deliberati in giunta regionale da parlare con zio e amato urgent” Affari strani.

Ciò che appare più strano è come Camillo Pane, benché sprovveduto, avesse affidato i soldi a un avvocato senza mai avere visto se non lui, almeno una sua persona di fiducia che non fosse il nipote. Che comunicasse solo attraverso sms. Già. E forse una spiegazione la può dare ancora la consulenza Genchi. Perché nel cellulare di Camillo Pane, oltre a diversi mms e sms deliranti e inneggianti al nazismo, a Hitler e al Duce, c’è un altro messaggio di testo del fantasma Manfredi: “Ti ringrazio tanto claudio mi ha detto tutto e so che manderai il pensiero tramite la mia ragazza anche io quando scendo ti portero un ottimo cherry e cognac”. Ecco forse l’intermediario: la ragazza dell’avvocato. Chi? All’appello, per la fine della recita a soggetto, manca ora solo lei.

 

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