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Calabria, la strage dei satanisti l’arrestato: “Patto col diavolo”

Inquirenti scettici, dal suo cellulare chiamate a mafiosi. L'accusato ammette: volevo la morte di mio zio che mi usava come postino per i suoi affari ma insiste sulla tesi delle sette demoniache

Repubblica - 31 marzo 2006 - di Francesco Viviano

CATANZARO – «Volevo la morte di mio zio, non sopportavo più quello che mi faceva fare, mi utilizzava come “postino”, non ne potevo più di occuparmi di vendita e acquisto di case, terreni ed altre cose. Ma io non ho sparato». E quando il magistrato e gli inquirenti che lo interrogano gli chiedono chi sia l’assassino, Claudio Tomaino, 27 anni, fermato con l’accusa di avere partecipato all’uccisione dello zio Camillo Pane, della moglie e dei due figli, risponde: «Lo so, ma non ve lo dirò mai perché sono degli adepti della mia setta satanica».
Questo il «movente» che Claudio Tomaino offre ai magistrati nel lungo interrogatorio reso ieri dentro il palazzo di giustizia di Catanzaro, dov’era stato condotto martedì sera dopo essere stato fermato perché sospettato della strage dei suoi parenti compiuta lunedì scorso nelle campagne di Caraffa, un paese ad una decina di chilometri da Catanzaro. Ma c’è da credergli? É stato davvero un «sacrificio satanico» quello di Caraffa, una strage compiuta perché lui, Tomaino, aveva sottoscritto un «patto con Satana» (così c’è scritto su un foglio trovato nella sua abitazione di Lamezia Terme)?
«Non escludiamo nessuna ipotesi, neanche il movente che ha prospettato l’indagato – afferma il sostituto procuratore Salvatore Curcio che coordina l’inchiesta – ma la sua difesa fa acqua da tutte le parti. Al momento ci sono delle cose certe: e cioè che Tomaino quel giorno si trovava sul luogo della strage, che a sparare è stata la sua pistola, che non è stata trovata, e che sin dall’inizio ha tentato di depistare, di inquinare l’inchiesta».
Insomma, secondo gli inquirenti Claudio Tomaino ha fatto delle parzialissime ammissioni di responsabilità soltanto quando è stato messo alle strette dagli indizi schiaccianti raccolti da polizia e carabinieri. E soprattutto quando si è reso conto che i suoi spostamenti prima, durante e dopo la strage erano stati «registrati», minuto per minuto, dalla perizia informatica svolta a tempo di record dal consulente della Procura Gioacchino Genchi. Davanti a quelle prove schiaccianti Tomaino ha cominciato a raccontare qualcosa, tirando fuori la storia della setta satanica. Una setta «della quale faceva parte anche mio cugino Eugenio», ha detto ai magistrati riferendosi ad Eugenio Pane, ammazzato assieme alla sorella Maria ed ai suoi genitori.
Ma c’è un’altra «traccia» informatica che potrebbe portare ad altri «moventi» e ad altri complici non appartenenti alla presunta «setta satanica». Una traccia che potrebbe interessare anche i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro che si occupa della ‘ndrangheta. Dal cellulare di Tomaino sono state rilevate alcune chiamate, fatte subito prima e subito dopo la strage, a personaggi di Lamezia Terme che sarebbero legati con i boss della zona. Semplici coincidenze? Semplici conoscenze di paese? Questa storia sembra riserbare altre inquietanti novità.
Per gli inquirenti è ancora presto per capire se Tomaino dice la verità. Fanno notare che le sue ammissioni sono cominciate soltanto quando la perizia informatica lo ha smascherato. Prima infatti, qualche ora dopo il massacro, Tomaino aveva messo in atto un vero e proprio depistaggio, telefonando con i cellulari della zia e della cugina assassinate agli altri parenti, inviando messaggi, facendo credere che la famiglia Pane fosse ancora viva. Quando si è reso conto che le telefonate erano partite dopo la morte dei proprietari dei cellullari, Tomaino, che aveva lasciato l’auto delle vittime vicino alla stazione ferroviaria di Paola, ha preso un taxi ed è tornato a Lamezia Terme. Il giorno dopo è andato dal suo avvocato, Armando Veneto, poi al commissariato della sua città. Infine a casa, dove lo aspettavano i carabinieri che hanno anche trovato e sequestrato il famoso «Patto con Satana». Ma – osserva un investigatore – se Tomaino aveva organizzato con grande anticipo tutto il depistaggio com’è che poi ha fatto ritrovare quella prova schiacciante, quel foglio dove aveva scritto che avrebbe ucciso suo zio Camillo Pane?