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“Non basta l’abilitazione. La banca dati va usata solo per fini istituzionali”

il Fatto Quotidiano - 2 marzo 2024 - di Vincenzo Iurillo


 
Da ex investigatore mago di cellulari, reti, software e computer, assolto in passato dall’accusa di 2768 accessi abusivi a sistema informatico, l’avvocato Gioacchino Genchi è diventato sul campo il principale esperto giuridico della materia. Nei giorni scorsi Genchi ha difeso un maresciallo dei carabinieri finito sotto processo per aver chiesto alle banche dati notizie sul fratello della ex fidanzata, dopo essersi insospettito per l’odore di hascisc proveniente dalla sua camera. “Era un suo dovere: per regolamento chi indossa la divisa non può frequentare pregiudicati, spacciatori, soggetti di dubbia moralità”, ha sostenuto Genchi durante l’arringa. Il Tribunale gli ha dato ragione: il maresciallo è stato assolto.
 
Quando un accesso ai sistemi informatici è reato?
Lo è sempre quando chi entra non ha titolo, si procura ed usa credenziali di altri, o hackera il sistema. Inoltre, secondo la giurisprudenza più recente, alla quale ho fatto riferimento nella mia arringa, ogni volta che l’accesso è finalizzato ad ottenere dati o informazioni che non attengono all’attività istituzionale, anche se il soggetto che le richiede è abilitato al sistema.
 
Un esempio.
Il dipendente di una banca che accede al database dei correntisti per carpire i nomi di chi ha depositi consistenti o conti titoli, per poi farli contattare da un promotore finanziario a cui ha ‘venduto’ le informazioni. Ed ovviamente il poliziotto o il carabiniere che vende ai mafiosi le informazioni che raccoglie, o le usa a scopo persecutorio.
 
La situazione delle banche dati di polizia in Italia?
Sono tra le più evolute nel mondo. Ultimamente, però, vengono intasate di dati spesso inconferenti, raccolti in modo randomico in occasione di controlli stradali massivi, senza alcun criterio, che incidono gravemente sulla privacy dei cittadini, senza ridurre la recrudescenza criminale che invece è aumentata come i controlli.