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“Si poteva localizzare prima, la tecnologia c’è”

Gioacchino Genchi. Il consulente informatico: "Serve cooperazione tra 118 e compagnia telefonica"

il Fatto Quotidiano - 20 agosto 2019 - di Vincenzo Iurillo

Secondo Gioacchino Genchi, avvocato ed ex consulente informatico di delicate indagini della storia recente, il povero Simon Gautier, ritrovato cadavere dopo 9 giorni di perlustrazioni negli anfratti del parco del Cilento, poteva essere rintracciato “entro un’ora al massimo dalla sua telefonata al 118”.

Delimitando la sua posizione in uno spazio di circa 100 metri.

E questo a prescindere dai ritardi dell’Italia sull’attivazione della tecnologia Aml (advanced mobile location), che prevede, in automatico, l’individuazione delle coordinate gps e l’invio dei dati tramite sms quando si chiama un numero di emergenza.

E dal fatto che Simon sarebbe morto circa 45 minuti dopo la chiamata al 118 per la gravità delle ferite riportate.

 

Avvocato Genchi, come si dovevano avviare le ricerche del ragazzo?

L’operatrice 118 doveva chiedergli di inviare la posizione tramite whatsapp. Lo doveva suggerire subito, quando Simon era ancora lucido e in grado di farlo. Prima disaccortezza, imperdonabile.

 

E se lo smartphone non aveva il programma whatsapp installato?

Occorreva bombardare il telefonino di chiamate e sms, verificare l’esistenza o meno di una connessione internet sulla sim, e in quel caso provare a operare da remoto attraverso varie utility, simili ai trojan, denominate “position”.

Poi occorreva estrarre subito le log (le informazioni, ndr) degli handover presso il gestore telefonico, che andava subito sensibilizzato all’attivazione del monitoraggio della posizione del cellulare.

 

Proviamo a semplificare.

Ci sono diversi modi per localizzare con precisione un dispositivo con solo segnale Gsm di quello del semplice aggancio alla singola cella (che in questo caso aveva individuato un’area vasta di quasi 150 km quadrati, ndr).

Per questo è fondamentale l’analisi dei dati degli handover, cioè dei cambi di cella dell’apparecchio durante l’ultimo periodo. Sovrapponendo i dati delle celle impegnate negli spostamenti e nelle contestuali attivazioni della rete, fino alle ultime chiamate.

Individuate le celle e le direzioni dei radianti, con la triangolazione delle aree di copertura si sarebbe potuta circoscrivere l’area dove concentrare subito le ricerche.

 

Quindi la telefonata, in sé, da sola non era sufficiente, anche se molto indicativa.

No. E nemmeno l’analisi del tabulato da solo, che fornisce solo le evidenze degli impegni della rete.

Bisognava subito accedere ai dati di log della rete telefonica e continuare a insistere con telefonate e sms, anche lo spostamento del cellulare di pochi metri avrebbe potuto restituire delle evidenze importanti, specie se concorrenti con dei cambi di cella.

Più celle incroci, più dati raccogli. Più telefonate fai, più riesci a delimitare la sua localizzazione.

È una tecnologia già ampiamente utilizzata in processi per omicidi e stragi, ci ha consentito di incastrarne i colpevoli. È precisissima.

 

Fino a che punto?

In un’indagine contestai a un soggetto che transitava sull’autostrada Napoli-Roma i suoi spostamenti, fino al suo ingresso in un caseificio per comprare delle mozzarelle.

 

Quindi era possibile rintracciare Simon rapidamente?

Con una precisione di circa cento metri entro al massimo un’ora. A condizione di non trascurare nulla, chiedendo subito la massima cooperazione tra i soccorritori, le istituzioni e la compagnia telefonica. Temo che ci sia stato qualche errore.

 

Dovuto a impreparazione?

Temo di sì. L’emergenza è stata affrontata, a mio parere, in maniera assolutamente approssimativa. In questi casi il tempismo degli inquirenti e la sinergia con i soccorritori sono fondamentali.

 

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