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“La Barbera cercava solo l’appiglio per rendere credibile Scarantino”

Genchi: “Mi disse: basta un elemento minimale”. E il falso pentito diventò il teste-chiave

il Fatto Quotidiano - 15 novembre 2018 - di Giuseppe Pipitone

Chiudere le indagini con Vincenzo Scarantino, addebitare tutto alla Cupola di Cosa Nostra e risolvere l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio. “Così poi io divento questore, tu vieni promosso per meriti straordinari e poi tra 3 o 4 anni diventi questore pure tu”.

Più o meno con queste parole Arnaldo La Barbera, secondo l’ex funzionario di polizia Gioacchino Genchi, gli spiegò di aver deciso a tavolino i colpevoli dell’omicidio di Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta. I colpevoli sbagliati. Lo ha raccontato lo stesso Genchi alla commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana presieduta da Claudio Fava che sta svolgendo un’indagine sulla strage del 19 luglio 1992. Una serie di audizioni convocate dopo le motivazioni del processo Borsellino Quater. Pagine in cui la Corte d’assise considera le prime indagini come “il più grande depistaggio della storia italiana”.

 

Gli stessi giudici indicano in La Barbera il regista della “costruzione delle false collaborazioni”, che deviarono le indagini. La Barbera, tuttavia, non c’è più: lo ha ucciso un tumore nel 2002. Oggi alla sbarra ci sono tre poliziotti: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso per aver indottrinato, secondo la tesi dei pm, il falso pentito Scarantino. I tre lavoravano nel gruppo investigativo “Falcone e Borsellino” creato per indagare su via D’Amelio e guidato da La Barbera. Lì lavorava anche Genchi, allora giovane poliziotto agli ordini di quello che era considerato il numero uno degli investigatori antimafia. Genchi, p e r ò , a u n certo punto, uscì dal gruppo. Il motivo? L’intenzione del suo superiore di “vestire il pupo”, cioè indirizzare le indagini tutte su Scarantino, un balordo della Guadagna fatto passare per un mafioso di rango. La notte tra il 4 e il 5 maggio 1993 Genchi ha un lungo confronto con La Barbera: “Dalle 19 fino alle 5 e 45 del mattino. Non siamo andati neanche a cena. Alla fine sono uscito sbattendo la porta mentre La Barbera piangeva”. Il superpoliziotto che affrontava i rapinatori da solo piangeva? “Per la prima volta in vita mia l’ho visto piangere”, racconta Genchi il 17 ottobre.

Ma cosa si sono detti i due: “In quei giorni erano uscite le motivazioni del maxi-processo”. Si parla della sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli per i boss di Cosa Nostra inflitti nel 1992. Da quel momento Totò Riina decise di “pulirsi i piedi” e di vendicarsi dei politici che non avevano mantenuto i patti assicurando l’impunità ai Corleonesi. Con quella sentenza, inoltre, la Corte sancì la validità del metodo Buscetta, secondo il quale i membri della Cupola sono sempre colpevoli per ogni delitto importante non deciso dalle famiglie a livello locale.

È un passaggio fondamentale. La Barbera e i suoi fedelissimi, che Genchi chiama “il sinedrio”, “l’avevano letta e senza di me avevano chiuso le indagini”. L’ex poliziotto spiega nel dettaglio come venne deciso il depistaggio: “Ormai è fatta, due più due fa quattro. La strage non può che essere responsabilità di Cosa nostra – le parole di La Barbera secondo Genchi –. Noi qui dobbiamo trovare qualche elemento minimale, addebitiamo tutto alla Cupola. Così poi io divento questore, tu vieni promosso per meriti straordinari e poi tra 3 o 4 anni diventi questore pure tu”. Col senno di poi si può dire che quella notte “l’elemento minimale” per addebitare tutto alla Cupola gli investigatori lo avessero già: è una nota del 10 ottobre 1992 del Sisde guidato all’epoca da Bruno Contrada. I servizi – per i quali lo stesso La Barbera aveva lavorato con nome in codice “Rutilius” – collaboravano alle indagini su via D’Amelio con la Procura di Caltanissetta in modo quantomeno irrituale: pranzavano con i magistrati, venivano citati in via ufficiale nei fascicoli. “Si era andato oltre”, ha anche raccontato alla stessa Antimafia il pm Carmelo Petralia. Anche quella nota del Sisde va oltre: è una dettagliata radiografia con tutto ciò che, al tempo, risultava su Scarantino e i suoi familiari, con tanto di precedenti penali, compresi i rapporti di parentela con esponenti delle famiglie mafiose palermitane.

 

Quella nota è un atto fondamentale del depistaggio, perché comincia a costruire il curriculum mafioso di Scarantino, che in realtà era solo un malavitoso di periferia, seppur con parentele in Cosa nostra. È “l’elemento minimale” di cui parla La Barbera per collegare Scarantino ai piani alti della mafia e addebitare la strage alla Cupola. La notte dell’ultimo colloquio con Genchi, in pratica, si era già compiuto tutto. È il 5 maggio 1993, il 14 esplode la bomba in via Fauro a Roma mentre passa la macchina con a bordo Maurizio Costanzo. Nella stessa via abitava Lorenzo Narracci, vice di Contrada, che era stato arrestato nel Natale del 1992. Due settimane dopo, il 27 maggio, tocca a Firenze essere colpita dall’esplosione di via dei Georgofili. Quindi, a luglio, la strage di via Palestro a Milano. Nel 1994 succedono due cose: Scarantino si pente raccontando la sua verità su via D’Amelio. La Barbera viene promosso questore di Palermo. Secondo Genchi, però, oggi quello non è l’unico motivo per cui le indagini deragliano su Scarantino: “Hanno individuato falsi colpevoli – dice all’Antimafia – non per fare carriera o chiudere le indagini, ma per evitare di incastrare i veri autori della strage di via D’Amelio. I veri mandanti”.

Il 1994 è anche l’anno in cui si chiude la Trattativa: i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano, Silvio Berlusconi diventa presidente del Consiglio. E secondo la Corte d’assise di Palermo anche da Palazzo Chigi continua a pagare gli uomini di Cosa Nostra. Questa, però, è un’altra storia.

 

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