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“Noi, impotenti se le compagnie non collaborano”

Gioacchino Genchi è l'esperto informatico della Procura

Repubblica Palermo - 27 aprile 2004 - di Salvo Palazzolo

«Sembra di tornare indietro negli anni, quando per intercettare un telefonino si correva dietro al mafioso, da una parte all’altra della città, con una valigia piena di strumentazioni. La verità è che gli ultimi ritrovati della tecnologia, come gli Mms, vengono subito sperimentati dalla criminalità, poi lo Stato si attrezza».

Il vicequestore Gioacchino Genchi, l’esperto informatico della Procura di Palermo, li ha visti passare tutti sullo schermo del suo computer i mafiosi al telefonino. Li ha incastrati con un tabulato o un’intercettazione: i primi furono gli stragisti di Capaci, che utilizzavano cellulari Etacs clonati. Tante altre volte, però, Genchi si è dovuto fermare di fronte all’ennesimo ostacolo: fu così, quattro anni fa, per gli Sms, quando un solo gestore consentiva di intercettarli. E naturalmente i boss sceglievano sempre le altre compagnie telefoniche. A quel tempo, c’era anche una compagnia – Blu – che non consentiva neanche di intercettare le telefonate. E i boss se la ridevano, la polizia li ascoltava mentre bisbigliavano: «Vai sull’altra scheda». E non si poteva fare altro.

Poi, l’epoca degli short message zona franca è finita. Adesso è iniziata quella degli Mms impenetrabili. I «multimedia messaging service» sono diventati un vero e proprio rompicapo per le indagini. «Nel momento in cui il governo dà una concessione a una compagnia telefonica, dovrebbe prevedere una serie di strumenti per consentire l’azione di prevenzione e repressione dei reati da parte di polizia e magistratura – dice Gioacchino Genchi – Non si tratterebbe di prevedere niente di nuovo rispetto a quanto già esiste. La licenza di pubblica sicurezza per un esercizio commerciale, ad esempio, è sottoposta a rigidi criteri. Per verificare non solo le capacità del titolare ma anche la sussistenza di taluni requisiti sanitari, a tutela della sicurezza pubblica. Così non avviene per le concessioni telefoniche. Un vuoto normativo francamente grave».

Se lo Stato non prevede niente, tutto è lasciato al senso civico delle compagnie telefoniche. Qualcuno, più laicamente, richiama il senso degli affari: ogni intercettazione, o anche solo il tabulato di un cellulare, viene fatto pagare non poco. «Abbiamo sollecitato più volte i gestori ad attrezzarsi per l’intercettazione degli Mms – continua Genchi – e abbiamo ricevuto rassicurazioni. Le compagnie hanno allo studio le procedure da adottare, alcune aziende private stanno approntando le apparecchiature necessarie. Attendiamo con ansia».

Fino ad allora, mafiosi e malviventi di ogni specie possono tranquillamente utilizzare gli Mms. «E così, i pizzini dei mafiosi vecchio stampo hanno finito per integrarsi perfettamente con gli ultimi ritrovati della tecnologia», dice l’esperto informatico della Procura: «Si tratta di sistemi paralleli di comunicazione, che assicurano lo stesso risultato. Gli strumenti di comunicazione sono il punto di maggiore forza dell’organizzazione criminosa, ma al contempo anche il punto di maggiore vulnerabilità».

Alla fine, Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra ormai latitante da 41 anni, è riuscito a coniugare un altro aspetto di arcaicità e post-modernità. Anche se l’organizzazione mafiosa continua a non avere in sé tutte le competenze tecnologiche: gli stragisti di Capaci, Antonino Gioè e Gioacchino La Barbera, si rivolsero a un’agenzia del crimine elettronico che clonava cellulari in tutta Italia e si riforniva di software in Inghilterra. L’inchiesta sul gruppo Stendardo (dal nome dell’organizzatore), coordinata dall’allora sostituto procuratore Giuseppe Pignatone, fu la prima indagine telematica della Procura di Palermo. Risultò che a quell’agenzia del crimine elettronico si rivolgevano mafiosi ma anche altri strani soggetti legati ai servizi segreti. Il giallo non è stato mai svelato del tutto.

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