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I giudici di via D’Amelio: “Non si è voluto indagare”

I tempi del massacro furono accelerati dopo l'intervista del magistrato su Dell'Utri Mangano e Berlusconi. Rivalutato Scarantino. "La vittima si era opposta alla trattativa Stato-boss". Le motivazioni della sentenza d'appello sulla strage Borsellino gettano nuove ombre: "Carenze investigative non casuali" - Resta il mistero sul ruolo dei servizi

Repubblica - 18 dicembre 2002 - di Salvo Palazzolo

Perché non si è indagato a fondo sulla strage Borsellino? Chi fermò quegli investigatori che avevano scoperto strani contatti fra i killer di via D’Amelio e una fantomatica struttura dei servizi segreti ospitata al Cerisdi? Per la prima volta, dopo dieci anni di misteri, i giudici di Caltanissetta avanzano un terribile sospetto: «I vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell’intera operazione che portò alla strage di via D’Amelio possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali». E non è la sola drammatica certezza che esprime la sentenza Borsellino bis d’appello, le cui motivazioni sono state depositate nei giorni scorsi: «Dopo Falcone, la morte di Borsellino fu accelerata per alcuni motivi ben precisi». Anzitutto, secondo i giudici, l’intervista di Paolo Borsellino a una troupe francese, in cui si parlava delle indagini sul boss Vittorio Mangano, su Dell’Utri e Berlusconi: «Riina – dice la sentenza – aveva tutte le ragioni di essere preoccupato per quell’intervento che poteva rovesciare i suoi progetti di lungo periodo ai quali stava lavorando dal momento in cui aveva chiesto a Mangano di mettersi da parte perché intendeva gestire personalmente i rapporti con il gruppo milanese. è questo il primo argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. Agire, prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario». Poi c’è il capitolo della «trattativa» che sarebbe stata messa in atto fra mafia e apparati dello Stato. I giudici credono a Brusca: «Borsellino era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto». E’ un movente «complesso» quello individuato dalla Corte che nel marzo scorso ha emesso 13 ergastoli. Ma il nodo della sentenza resta la fase delle prime indagini sull’eccidio del 19 luglio ‘ 92. Nel capitolo terzo, il collegio presieduto da Francesco Caruso riporta ampi stralci della deposizione del vice questore Gioacchino Genchi, l’esperto informatico che al processo ha riferito – per la prima volta in pubblico – delle indagini su mafia e servizi, condotte con il capo della squadra mobile palermitana, Arnaldo La Barbera. Ma quelle indagini durarono poco, furono subito bloccate. «Una deposizione importante e inquietante», dice la sentenza. Quelle «carenze investigative non casuali», affermano i giudici, possono essere state «un limite» che «può aver condizionato l’intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del Dopoguerra in Italia, quasi esista – è l’amara considerazione della sentenza – un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente indipendente debba superare». E’ necessario allora riprendere le indagini, è l’accorato invito della Corte d’appello: «E tuttavia non si tratta di riprendere dall’inizio», prosegue la motivazione. Nelle duemila pagine della sentenza, così, c’è spazio per una rivalutazione di quanto fatto sin qui durante tre processi. Anche il tanto bistrattato Scarantino, pentito della prima ora e poi autore di una clamorosa ritrattazione, ha un suo peso nella ricostruzione offerta dai giudici d’appello.