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Gioacchino Genchi: Il buon intercettatore

Ha lavorato con il giudice Falcone e ne conosceva i segreti. Sa tutto di spie e Cosa Nostra. Vive in un bunker di Palermo e, ascoltando, sta ricostruendo il legami tra criminalità e potere

L'Europeo - 11 aprile 2007 - di Edoardo Montolli

Screenshot 2019-05-30 10.06.28Di seguito l’intervista rilasciata da Gioacchino Genchi alla rivista L’Europeo. Qui il testo in pdf.

 

Vive nel bunker sotterraneo di un palazzo confiscato alla mafia, nel centro di Palermo. Laggiù, giorno e notte, incrocia dati, elabora, scrive. Poi comunica il risultato ai magistrati, utilizzando mail e telefoni criptati. Per vederlo all’opera bisogna adattarsi alle sue richieste e usare webcam, pc e un programma di videoconferenza, Skype, unica finestra che concede al mondo esterno. Dice che è il solo modo per non farsi spiare. Quando la telecamera si accende sullo schermo, l’uomo dei misteri se ne sta sprofondato dietro quattro monitor, con una camicia sportiva, senza cravatta. Alle sue spalle, 500 metri quadri blindati di computer, server, schedari. Si chiama Gioacchino Genchi, ha il grado di vicequestore aggiunto e l’aria di chi non si fida molto. Sotto i capelli castani alla militare, una decina di chili di troppo ma forse inevitabili per chi, a 46 anni, sta per 18 ore rinchiuso là sotto a scrivere complesse relazioni. «Già. D’altra parte le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, o fanno ingrassare. La bilancia è il mio nemico».

 

Ci scherza su. Forse non ha altro modo per affrontare la vita che prenderla con ironia: da quando, sette anni fa, si è messo in aspettativa per lavorare come consulente informatico delle Procure, nella sua personale centrale elettronica transitano quasi tutte le indagini più riservate del Paese. E probabilmente qualche nemico pericoloso ce l’ha davvero. Non a caso oggi viene considerato il massimo esperto in materia di intercettazioni. «Eppure», dice guardando nella webcam, «lo sa che ho cominciato facendo l’avvocato?». Il suo lungo racconto ci catapulta nel flashback della Sicilia di fine anni Ottanta, in piena emergenza mafiosa, appena mollata la toga d’avvocato per entrare in polizia. Una scelta anomala che ai vertici della Ps viene notata. Notano anche che ha imparato a usare benissimo le prime tecnologie apprese nell’azienda informatica del padre. A 28 anni viene così nominato direttore della Zona Telecomunicazioni del Ministero dell’Interno per la Sicilia Occidentale. Il momento è delicatissimo. I corleonesi di Totò Riina hanno sterminato i rivali, legati ai Bontade, e si stanno apprestando a far guerra allo Stato.

All’Addaura fallisce un attentato ai danni del giudice Giovanni Falcone e Genchi entra subito nella mischia. Già allora non è atletico, né slanciato, ma sa come usare la testa. Quando gli vengono affidate le indagini sul caso, stana il primo tentativo di spionaggio al Palazzo di Giustizia. Nel mirino, appunto, i telefoni del magistrato.

 

«Abbiamo lavorato insieme per un po’. Falcone era una persona estremamente prudente. Non di molte parole. Un giorno gli mostrai il Videotel, il primo strumento di connessione telematica grazie al quale si poteva accedere alle banche dati. E s’illuminò. Capì subito che quel sistema antesignano di Internet avrebbe rivoluzionato le indagini». Genchi l’aveva già intuito. Con i telefoni è bravo. Forse troppo, per qualcuno. Intercettando le conversazioni di una cabina telefonica, carpisce i colloqui che alcuni dirigenti della polizia hanno con un pentito del clan dei Bontade, Salvatore Contorno, ufficialmente sotto protezione in Usa, in realtà a Palermo per vendicarsi dei rivali. I primi nemici all’interno dell’amministrazione Genchi se li fa così. E impara a guardarsi intorno. Diventa sospettoso. Poi, a Capaci, il 23 maggio 1992, Falcone stavolta non ce la fa. Salta in aria con la moglie Francesca Morvillo e la scorta. La procura della Repubblica di Caltanissetta incarica Genchi di esaminarne i pc. E un’agenda elettronica Casio da cui Falcone non si separava mai. Sembra vuota. Ma Genchi non si fida, anche se tanti autorevoli testimoni affermano che Falcone non la usava più da tempo perché gli si era smagnetizzata in aeroporto.

 

Dopo un controllo meticoloso, si accorge di aver ragione: i file sono stati misteriosamente cancellati quando l’agenda era già sotto sequestro. Contatta i tecnici giapponesi che l’hanno fabbricata. E riesce, pochi mesi dopo, a recuperare i file. Tutti. Sono le annotazioni top secret di Falcone. Genchi ora sa che qualcuno ha mentito. Perché scopre che il giudice la utilizzava ancora, eccome. Trova segnati gli incontri e gli appuntamenti che aveva previsto addirittura fino a qualche settimana dopo la strage. Tra questi un riservatissimo viaggio in America dell’aprile 1992, anche questo smentito in precedenza nonostante il racconto del procuratore statunitense da cui Falcone era stato. Ma non basta. Genchi sul Casio scopre che Falcone, tornando da Roma, si doveva incontrare con il procuratore Pietro Giammanco, con cui tutti lo davano in rotta nel clima velenoso che si era creato a Palermo. E scova, ancora, traccia di un incontro avuto dal magistrato nel dicembre del 1991 (quando ormai lavorava al ministero) nel carcere di Spoleto con il boss di Cosa Nostra Gaspare Mutolo. Mutolo il killer, autista di Riina, l’uomo che voleva, dopo Tommaso Buscetta, vuotare il sacco. L’incontro era segreto e anomalo, perché mai registrato agli archivi della prigione né finito come informazione in alcuna procura italiana. «È molto probabile», scandisce Genchi, «che Falcone e Borsellino siano stati uccisi per quello che il boss aveva rivelato loro». Certo è che, nonostante l’assoluta riservatezza, il capo dei capi di Cosa Nostra era venuto a conoscenza del faccia a faccia. Lo sapeva Totò Riina, ma non il giudice Borsellino, se è vero che, morto Falcone, quando gli toccò vedere il boss per la prima volta, arrivò a casa sconvolto e vomitò per la tensione. Ma segnò ogni cosa anche lui, ogni parola, nero su bianco. Non su un data bank, ma nella personale agenda rossa. E se il data bank di Falcone era stato cancellato, l’agenda rossa di Borsellino scomparirà in maniera stranissima, nella strage di via D’Amelio. Svanita nel nulla dall’interno della sua borsa in pelle sfuggita all’esplosione. Come se dietro tutto questo ci fosse una preparatissima gola profonda. E un’altrettanto preparata regia occulta. Intanto Genchi decifra, decodifica. Non esce quasi più dall’ufficio per dar corpo alle indagini.

E a un tratto intorno a sé trova il vuoto. Arrivano puntuali fughe di notizie sul suo lavoro. Fughe pilotate. Perché, in realtà, molto poco si dice sul vero contenuto del data bank, e sui nomi di alti funzionari e colleghi finiti lì dentro. Gente con cui Falcone aveva troncato ogni rapporto. La tensione cresce. E a Genchi, per ragioni di sicurezza, viene ventilato un trasferimento al Nord. La questura gli assegna scorta e macchina blindata.

Il poliziotto rinuncia e continua a spostarsi con la sua Fiat Uno. A dire il vero fa di più. Risponde al questore Matteo Cinque in una lettera datata 7 dicembre 1992: «Più che alla sicurezza personale ho badato a preservare accuratamente il contenuto dei miei scritti, dei miei ricordi e degli aspetti inediti e più salienti di una esperienza affascinante e significativa che, da qualche mese, mi sono già accorto essersi conclusa». Gli aspetti inediti portano lontano. Al terzo livello dei mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, alle “carenze investigative non casuali” come sottolineerà il presidente Francesco Caruso, nella sentenza d’appello Borsellino-bis, unica sentenza su quelle stragi fino a ora confermata dalla Cassazione.

 

Più precisamente le considerazioni di Genchi portano ai rapporti tra servizi segreti e Cosa Nostra. Sosterrà in aula che al Castello di Utveggio, una montagna sopra Palermo, nella sede di un centro studi per manager noto come Ce.Ris.Di., si celava al tempo della strage di via D’Amelio una base del Sisde, smobilitata pochi giorni prima che l’indagine arrivasse lì. E che i telefoni del Ce.Ris.Di, in cui si alternavano ex ufficiali dei carabinieri recuperati e figli di altri militari, si incrociavano, nei giorni precedenti la strage, con il cellulare clonato di Giovanni Scaduto, boss di Bagheria condannato all’ergastolo per il delitto dell’esattore siciliano Ignazio Salvo. E ancora che poche settimane prima, sulla collinetta di Capaci, fu trovato un biglietto con il numero di cellulare di un funzionario del Sisde, vice di Bruno Contrada, che con gli uomini del “Castello Utveggio” aveva lavorato negli uffici dell’Alto Commissario di Palermo. Un giro strano, sostiene, stranissimo, visto che proprio da lì, sulle alture di Monte Pellegrino, come le indagini avrebbero poi confermato, poteva essere azionato il telecomando della bomba che uccise Borsellino. Genchi va oltre. Ci sarebbe molto altro su quei telefoni. Materiale che traghetta oltre le collusioni con Cosa Nostra. Ma l’indagine non decolla. Anzi, s’inabissa. Il vicequestore decide di lasciare. Si mette in aspettativa e diventa consulente informatico delle Procure.

 

Da allora si è sistemato sotto terra, nella camera blindata, perfezionando il suo sistema di lavoro. Dal tracciato telefonico degli indagati Genchi riesce a trovare l’Imei (il numero seriale del cellulare, ndr) e la Sim giuste, anche se chi li ha utilizzati pensava di essere un fantasma grazie a un numero coperto o a una scheda falsificata. Poi li confronta con tracce bancomat, telepass, carte di credito, ricariche, viaggi aerei e in nave, conti correnti e operazioni societarie. Infine analizza ogni circostanza, anche la più banale. C’è il fiuto del poliziotto, il rigore del matematico, la velocità dell’informatica. Si arriva così a dare volto e ruolo a rapinatori, assassini, faccendieri, corrotti. Nelle sue mani sono passate le indagini informatiche più delicate. Dai processi al senatore Marcello Dell’Utri a quello del presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro. Dalla scomparsa della piccola Denise Pipitone al caso delle talpe del boss Giuseppe Guttadauro nella Dda di Palermo. E poi, ancora una volta, vicende di spie di ogni genere. Rapporti tra servizi segreti e personaggi loschi, come Francesco Elmo, il faccendiere siciliano legato al Sismi che parlò di traffici di materiale radioattivo, del delitto Rostagno, della morte di Ilaria Alpi. «I fatti dimostrano», sospira, «che sovente i servizi necessitano di faccendieri per ordire certe montature. Più volte si tratta di persone senza scrupoli e ancora più spesso in stato di bisogno». Migliaia di pagine scritte in cui Genchi non fa sconti a nessuno. Nemmeno ai pm quando trova le prove che l’indagato è innocente. Piuttosto litiga, pure in aula. Quando arriva in tribunale, sempre in jeans e maglietta, custodisce gelosamente le sue perizie in un hard disk criptato, protetto da chiavi e password di ogni tipo. Perché nel frattempo l’esperienza sui “diari di Falcone” gli ha insegnato a dubitare anche di chi gli è stato vicino. Si è trovato infatti a indagare e far condannare suoi vecchi compagni di scuola e università.

 

E’ per questo che di veri amici ne ha pochi, scelti con estrema cautela. Non molti riescono a parlargli, anche al telefono. Non frequenta salotti, né circoli. Non esce di casa nemmeno per andare al cinema. Non fuma, non ama il calcio né lo sport. Si diverte solo guardando in tv qualche dimenticabile fiction Mediaset sugli anni Cinquanta, quasi il tempo della sua infanzia, dove tutto era più semplice. Dove ancora non era alle prese con la politica, l’ultima cosa che lo affascini. Precisa che l’unica tessera che ha è quella di Slow Food.

 

Perché le rare volte che esce dal bunker, vuole sperimentare le migliori cucine di pasta caciata, un concentrato di carne, pomodoro e melanzane, e di testa di turco, un dolce tipico siciliano. «Lo so, la dieta, quella proprio non riesco a portarla a termine. È il mio cruccio». Già, perché magari Genchi è più solo di tanti altri. Ma il sense of humour non l’ha perduto. Sulla sua segreteria telefonica echeggia una spassosa voce del Padrino che invita a “lasciar detto chi siete, da dove chiamate e quando è possibile avrò modo di richiamarvi…”. Appena ascoltato, in alcune procure si è scatenata la polemica: si può ridere della Mafia? «E perché no? L’errore è stato non ironizzarvi su fin dall’inizio», commenta. Quello che conta, dice prima di spegnere la finestra di Skype, è combatterla. Se qualcuno, anche di molto importante, se la prenderà, pazienza. D’altra parte, lui non ha mai tenuto all’ambizione. Come se la sua storia affiorasse da un altro tempo, con l’unico scopo nella vita di ricercare quasi ossessivamente verità, libertà e indipendenza. Sin dal 1992, quando rifiutò la scorta e salutò per sempre una carriera in polizia, così chiosava nella lettera al questore Cinque di Palermo: «D’altronde, la mia condotta di vita è stata sempre uniformata al convincimento di una dottrina morale secondo cui bisogna vivere come se si dovesse morire subito e bisogna pensare come se non si dovesse morire mai. Per queste convinzioni, quindi, illustrissimo Signor Questore, per me la cosa più importante non è vivere ma pensare. E pensando il potere pensare liberamente. Per fare questo mi bastano sufficientemente la mia coscienza, la mia modesta cultura e la mia ancor più modesta intelligenza. Nonostante la Sua manifestata disponibilità di uomini e di mezzi, e nonostante ogni migliore intenzione a recepirla, debbo purtroppo rilevare che al mio pensiero i Suoi uomini ed i suoi mezzi sarebbero di scarsissimo ausilio». Aveva, allora, 32 anni.