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Nicola Gratteri, i pc fornitigli dal ministero della Giustizia, non li ha mai usati: “Il computer che mi hanno dato è un soprammobile sulla mia scrivania. Utilizzo cose che compro io. Sul mio telefonino non c’è nessuna app, non ho il localizzatore”. Il procuratore capo di Napoli non ha mai conservato documenti segreti e delicati sui dispositivi di Via Arenula. E non lo faceva neanche prima che la sua mail istituzionale fosse hackerata. Perché le rivelazioni di Report sul rischio di una possibile intromissione nei sistemi informatici delle procure di mezza Italia non sono una novità. Ci sono stati casi in cui l’intromissione non è stata potenziale, è avvenuta davvero. E questo lo si sa per ammissione dello stesso hacker che le aveva disposte.

È il caso di Carmelo Miano, il quale nel corso di un interrogatorio, ormai anni fa, ha ammesso di esser entrato nelle mail istituzionali dei pm partenopei. Anche di quella del procuratore Gratteri. Ne aggiunse pure i dettagli: password debole, il nome di una città capoluogo di provincia della Calabria seguita dalla data di una ricorrenza. Anche Miano sapeva che il procuratore capo non amava usare i circuiti istituzionali: predilige altri sistemi, aveva detto.
Per il Gip il campo di intrusione di Miano sarebbe stato ampio: “Sfruttando le proprie conoscenze informatiche, si inseriva ripetutamente nella struttura di sicurezza informatica interna al ministero di Giustizia (la Rug) e da ormai oltre due anni ininterrottamente in modo silente si è introdotto e mantenuto all’interno del sistema informatico stesso, carpendo ossessivamente informazioni sui procedimenti penali a suo carico, riuscendo a scaricare anche copie informatiche delle informative di reato a suo carico coperte da segreto”.

Chi difendeva Miano in questo procedimento, Gioacchino Genchi, uno dei maggiori esperti informatici italiani, definì gli strumenti usati dai magistrati “colabrodo”. E non ha cambiato idea oggi. Miano alla fine, secondo quanto risulta al Fatto, è ora sottoposto a un programma di protezione. Ma che cosa è stato fatto in Via Arenula dopo l’esplosione di quel caso? “Qualche intervento per implementare la sicurezza c’è stato”, spiegano dal Ministero della Giustizia.
Eppure ora di nuovo, con le anticipazioni di Report, torna il tema della vulnerabilità dei sistemi informatici della giustizia. Un magistrato, Aldo Tirone, gip ad Alessandria, alla trasmissione ha raccontato di un esperimento fatto sul proprio pc. Ha detto di essersi messo “in contatto con un altro tecnico informatico che lavorava in un altro ufficio giudiziario. Ci siamo sentiti al telefono. A un certo punto il mio interlocutore mi dice: ‘Lei attualmente vede qualcosa di strano sullo schermo?’. Io ho risposto. ‘No’ (…) ‘Be’ sappia che io la sto già vedendo’”. A quel punto il giudice dice di aver creato un file denominato “Dante”, che il tecnico riusciva a vedere. Per Report è questa la prova che dimostra la fragilità del sistema.
Ma che le cose non siano cambiate dopo il “caso Miano”ne è convinto ancora oggi l’ex perito Genchi: “Già nei primi anni 2000 – spiega al Fatto – dopo che i computer dei pubblici ministeri furono collegati in Rete, per tutte le indagini più importanti che seguivo come consulente con le Direzioni Distrettuali Antimafia di Palermo, Reggio Calabria, Catanzaro, Messina, Roma, Milano e così via, dotammo i magistrati di pc da utilizzare autonomamente, proprio perché era evidente l’assoluta vulnerabilità delle informazioni condivise in una rete, della quale erano sconosciuti i gestori e gli amministratori”. Secondo Genchi il problema è che “ancora oggi, i magistrati accedono ai computer loro assegnati per la redazione e il deposito di provvedimenti e sentenze, con i privilegi di utente ‘standard’, senza alcuna possibilità di controllare le protezioni, limitare gli accessi a terzi, installare programmi antispyware o antivirus. Con il “caso Miano” la vulnerabilità del sistema è stata evidente. Se tutto questo non è un colabrodo, qual è la definizione esatta della rete informatica del ministero della Giustizia?”.
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