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Amore, ti uccido!

Viaggio nell’Italia del delitto passionale. D’impeto, premeditato o folle. O qualche volta, infine, avvolto in un giallo. Come quei due casi in Sicilia su cui Maxim ha scoperto che...

Maxim - 26 settembre 2006 - di Edoardo Montolli

Di seguito un servizio di Edorado Montolli sulla storia dei delitti passionali. Qui il testo in pdf.

 

Lui, lei, l’altro. Storie di passioni e tradimenti. Di amori e di corna. E, qualche volta, pure di coltelli. A dire il vero, anche più di qualche volta, se stiamo agli ultimi dati di Eurispes ed Eures, che danno i delitti passionali in crescita fin dal 2003 e prima causa degli omicidi in famiglia.

Come ai tempi del Divorzio all’Italiana di Pietro Germi, nell’era di internet e del cybersex, dunque, si uccide ancora per amore. “Siamo potenziali assassini. Perché tutti abbiamo una soglia oltre la quale saltiamo il fosso. E in alcuni soggetti, come per chi è affetto da deliri di gelosia, il raptus può sfociare proprio in un rapporto di coppia”. Lo sa bene lui, il neuropsichiatra Giuseppe Magnarapa, direttore del Centro di Salute Mentale di Guidonia, che di casi del genere ne ha affrontati parecchi in Gli eredi di Caino (Ed. Associate). “In realtà negli ultimi anni, dacché la separazione coniugale è pratica ormai comune, i casi sono diminuiti. Tranne nel momento in cui ti trovi davanti persone affette appunto da deliri di gelosia, che cominciano con controlli e pedinamenti del partner fino a immaginare vere e proprie tresche. Sono persone che arrivano al punto da non vedere altre soluzioni, per continuare a vivere, che uccidere”. Già. Facile a dirsi. Ma scoprire la verità in amore, specie quando l’amore è finito sotto terra con uno dei partner, non è affatto semplice. Troppi i moventi: si uccide per gelosia e per rancore, per troppo amore e perché dietro c’è un interesse. Perché c’è un altro o per eliminare l’altro. A volte la scena si tinge di giallo. Gialli intricati in cui nessuno è come appare, in cui nessuno sembra innocente e nessuno colpevole. Come accade da qualche tempo in Sicilia. La storia è nota come quella degli amanti diabolici.

 

LUI, LEI. E L’ALTRO?

È il 15 aprile del 2004 quando Giuseppe Lo Cicero, 47 anni, presidente di una coop palermitana, viene trovato con il cranio sfondato e un coltello al suo fianco. Ucciso con una statuetta di ceramica e legno dopo un’atroce tortura. Indagati la moglie Elena Smeraldi, 53 anni, e Gianfilippo Marotta, 51, dipendente della cooperativa dei due coniugi. Ma cosa accadde quella notte è ancora tutto da stabilire. Perché la donna subito si autoaccusa: lo ha ucciso dopo una cena passata con amici, per legittima difesa. Colto da una sorta di raptus, Lo Cicero avrebbe tentato di aggredirla con un coltello. Il caso sembra chiuso, ma appena Marotta viene ascoltato, ammette: “È la mia amante. Abbiamo una relazione sentimentale da 16 mesi. L’ho ucciso io, è solo colpa mia”. Afferma che lui, quella sera, chiamato a casa da Elena, gli ha fatto iniezioni di Valium e di DDT. Sì, proprio insetticida. “Provai con le mani a stringergli la carotide, ero fuori di me. Non riuscendo sono andato in bagno a prendere la cintura dell’accappatoio e gliel’avvolsi intorno al collo tirando…” .

Poi, con una statuetta, gli avrebbe fracassato la testa, mentre Elena lo teneva per i piedi. Lei nega. E il pm Antonio Ingroia li arresta entrambi per omicidio premeditato. Ma i colpi di scena sono solo all’inizio. Perché quattro mesi dopo Marotta invia dal carcere una lettera scioccante alla Procura. “Io di quella donna mi ero invaghito, infatuato, cioè me lo portavo dentro da un po’ di tempo ma non l’ho mai dimostrato, poiché sarei andato incontro a seri guai”. Dice che lui non ha ucciso proprio nessuno, nemmeno ha mai dato un bacio a Elena: si è autoaccusato dell’omicidio per non vederla andare in galera. Perché l’amava troppo, anche se lei nemmeno lo sapeva. Ma per i periti si tratta di: “delirio erotico” e totale infermità mentale.

 

PUNTURA AL TOPICIDA

Niente amanti diabolici, dunque? Forse. Ma il 30 marzo del 2005 Elena Smeraldi parla: “Gesù Cristo sa la verità!… Mi sottoponga alla macchina della verità!” Sostiene che lei la mattina antecedente al delitto aveva licenziato Marotta, furiosa del fatto che lui dicesse a tutti che voleva averla. Beccandosi in cambio una velata minaccia: “Ricordati: non un funerale, ma due funerali”. Poi però la sera ci aveva ripensato. Telefonò a Marotta e gli disse di venire a casa per chiarire. Prese del valium e si addormentò: “Ricordo l’immagine dell’espressione molto agitata del Marotta che mi diceva queste parole: ‘Aiutami, aiutami! Tuo marito è venuto col coltellaccio e tu gli hai dato la statua in testa’. Terribile”. Da amanti a nemici. Prima uno esclude l’altro, poi uno accusa l’altro. Ma la sorpresa arriva dall’esame tossicologico: nel sangue della vittima c’è topicida e non DDT. E soprattutto dagli esami del Racis, quella sera risultano presenti sulla scena del crimine cinque persone diverse che hanno fumato altrettante sigarette. Il caso si complica e Ingroia decide allora di scomodare il superconsulente Gioacchino Genchi, esperto di intercettazioni chiamato per risolvere i più recenti misteri italiani: sarà lui a controllare cellulari e tabulati telefonici di tutte le persone che la sera del delitto entrarono in quella casa, per vagliarne alibi e spostamenti. Ma soprattutto per trovare una soluzione al più inaspettato dei colpi di scena: già, perché il Racis non ha trovato solo saliva di sigarette in casa Lo Cicero. Trova anche una macchia di sangue sulla trapunta che copriva il cadavere. E appartiene a un famigliare stretto di Lo Cicero. La verità è ancora tutta da scrivere.

 

SANGUE CELEBRE

Un dettaglio però suscita scalpore nel caso Lo Cicero: la contrastata perizia sul delirio erotico. Perché riporta a un famoso attentato. “Il caso più noto di delirio erotico fu quello di John Hinckley” sono le parole di Massimo Picozzi, uno dei più celebri criminologi italiani. Il 30 marzo 1981 sparò a Ronald Reagan per attirare l’attenzione della donna di cui era innamorato, l’attrice Jodie Foster. Voleva darle un tributo. Inutile dire che lei non lo aveva mai visto”. Ma chi ammazza per amore può essere considerato pazzo? “In generale, – prosegue Picozzi – fino a qualche tempo fa il codice prevedeva attenuanti per chi uccideva in stato emotivo o passionale. Ma non esiste alcuna psicopatologia in chi ammazza per amore. Un conto è la malattia, un altro la distorsione percettiva della realtà”.

 

PASSIONE&PAZZIA

Già, perché nemmeno nelle vicende più atroci passione coincide con pazzia. Ne è un esempio ciò che accadde il 29 novembre 1946. La Belva di San Gregorio, al secolo Rina Fort, fu scaricata da Giuseppe Ricciardi, sposato e padre di tre bimbi, Giovanni (7 anni), Giuseppina (5) e Antonio (7 mesi). E Rina allora, non attaccò lui. Gli sterminò la famiglia, moglie e figli. Cambiò sette versioni, accusando anche l’uomo di un complotto. Ma fu l’ergastolo. Nessuna attenuante per un gesto all’apparenza folle. A stabilire la perizia che la dichiarò sana di mente il celeberrimo Professor Filippo Saporito. Antesignano dei moderni criminologi, Saporito in un solo caso rinvenne la follia in un delitto passionale. Ma leggenda vuole che si fosse invaghito dell’assassina. Lei era la contessa Pia Bellentani, moglie del conte Lamberto, ma amante dell’imprenditore Carlo Sacchi. L’aveva lasciata Sacchi, anch’egli sposato, per un’altra ancora. E lei lo uccise a bruciapelo con una pistola. Saporito le concesse di portarsi il pianoforte al manicomio di Aversa, dove la donna fu rinchiusa. Un caso a sè, tra i delitti d’amore, dove invece si nascondono sempre ombre, misteri. Dove i segreti sembrano non finire mai.

 

LA MANTIDE E LA CIRCE

Come per la Mantide di Cairomontenotte, Gigliola Guerinoni, ex infermiera nota per i suoi spasimanti e arrestata per il delitto del suo amante, Cesare Brin: una storia giudiziaria contorta per cui spesso fu annunciata una richiesta di revisione del processo, mai avvenuta. O come per la Circe della Versilia, Maria Luigia Redoli, ergastolo per l’omicidio del marito Luciano Iacopi, commesso insieme al giovane Carlo Cappelletti nella cornice italiana più esclusiva del jet set: Forte dei Marmi. Tutti gialli intricati di tradimenti e di coltelli. Almeno quanto quello dell’imprenditore Francesco Gambacorta, trovato ucciso lo scorso inverno. Indagine su cui ancora deve essere scritta la parola fine. Il cadavere aveva il cranio bucato da due proiettili. E quando lo ritrovarono, i carabinieri pensarono che potesse trattarsi di un regolamento di conti di stampo mafioso. Forse Francesco Gambacorta, imprenditore di Favara, aveva detto un no di troppo alla Cosa Nostra agrigentina. Forse. Eppure in paese, la vox populi mormorava di strane tresche. “È cosa di amanti”, dicevano. T’immagini il veleno, il pettegolezzo acido della provincia, l’omertà siciliana. Invece qualcuno, poco dopo, spifferò il nome: Giusy, era lei l’amante di Gambacorta. Giusy è Giuseppa Attardo, pare l’avesse ucciso perché l’uomo non si decideva a lasciare moglie e figli per stare con lei. E Giuseppa infatti confessa il delitto. Potrebbe essere chiusa lì se non fosse che la donna non riconosce nemmeno una pistola, dice di aver buttato l’arma in discarica, ma non viene trovata.

 

SMS BOLLENTI

Entra così in scena il terzo incomodo: Calogero Arnone, che si dice sia in simpatia con la donna. L’Attardo ammette che sì, lo conosce, ma sono solo amici. È il 16 marzo 2006. Anche Arnone ammette di conoscerla, niente più. Il pm Luca Sciarretta vuole capire cosa c’è sotto. Ed è di nuovo il perito Genchi a essere chiamato per sbrogliare la matassa. È lui a scoprire gli sms bollenti che la donna aveva cancellato dal proprio cellulare. Ma non sono di Gambacorta. Sono di Arnone. E non sembrano quelli di un amico: “Gioia mia lo sai a che non ci siamo dati un bacino dall’anno scorso, mi manchi tanto ma non per il bacio, sei tu. T.V.T.T.T.T.B.”. Quaranta messaggi da innamorati. Settembre 2005: “Vorrei stare vicino a te mi manchi da morire” e ancora “quando sei vicino a me mi illumini come i raggi del sole perché sei bellissima e mi rendi felice”. E ancora, il 21 giugno 2005: “Io Tiamo lo stesso anche se sto male o meglio malissimo ma forse passa tu che dici”. Il che significa che i due erano amanti da oltre un anno. Lei alla fine crolla, ammette: l’Arnone già da tempo voleva liberarsi da solo di Gambacorta, il rivale in amore. E forse due sms, ora al vaglio degli inquirenti, potrebbero far capire come l’odio fra i due e la vittima, covasse da tempo: “None che non o fiducia in te pero non capisco perche sei sempre tentata forse tieni paura ma perche e un pezzo di merda?” Si riferisce a Gambacorta questo sms inviato dall’Arnone alla Attardo il 13 settembre? Le indagini proseguono. L’unica cosa certa è che la coppia è stata accusata di omicidio premeditato. E c’è da giurare che le sorprese, come in ogni storia di sangue e di coltelli, non sono finite qui.