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La relazione tecnica sulle chat “segrete” di Massimiliano Santini c’è, è stata depositata ed è ora ufficialmente a disposizione dei difensori dei 25 indagati nell’ambito dell’inchiesta Affidopoli. È questo il cuore dell’atto notificato ieri dalla Procura della Repubblica di Pesaro: un avviso di deposito atti che non chiude l’inchiesta, ma la porta in una fase decisiva, rendendo consultabili le carte su cui si regge una parte centrale dell’indagine. Un passaggio che significa una cosa sola: le difese possono finalmente vedere cosa ha in mano la Procura. E tra quei documenti c’è soprattutto il lavoro tecnico su uno snodo investigativo che da mesi resta al centro dell’attenzione: un iPhone che potrebbe non aver raccontato tutto. A ottobre scorso la Procura aveva concesso novanta giorni di tempo per tentare un ultimo approfondimento tecnico. Il termine era stato affidato all’ingegner Marco Tinti, nominato consulente tecnico a metà ottobre per svolgere ulteriori accertamenti sull’iPhone di Massimiliano Santini, ex collaboratore del sindaco Matteo Ricci e figura chiave dell’inchiesta.
L’obiettivo era verificare se dal dispositivo potessero emergere elementi non ancora acquisiti, con particolare attenzione a un secondo profilo WhatsApp “business”, oggi dismesso, che Santini avrebbe utilizzato per motivi professionali negli anni al centro delle contestazioni. È proprio quel profilo parallelo ad aver attirato l’interesse degli inquirenti. Un canale distinto dall’account personale che, secondo l’impostazione investigativa, potrebbe essere stato utilizzato per comunicazioni legate alla gestione degli affidamenti, ai rapporti istituzionali e alle attività finite sotto indagine. Il conferimento dell’incarico a Tinti era avvenuto in tribunale a Pesaro. Il consulente, già noto per aver collaborato alle indagini sul caso Rami Elgaml a Milano, aveva il compito di completare le operazioni entro novanta giorni.
La decisione di nominare un nuovo consulente era arrivata dopo l’interrogatorio reso da Santini l’11 agosto e la successiva memoria depositata dal suo difensore, l’avvocato Gioacchino Genchi, che aveva chiesto ulteriori verifiche tecniche sullo smartphone spontaneamente consegnato dall’indagato. Una richiesta che la Procura ha condiviso, riconoscendo la rilevanza di nuovi approfondimenti per verificare se, attraverso quel secondo profilo WhatsApp, potessero emergere ulteriori tracce di comunicazioni collegate ai fatti oggetto dell’inchiesta. L’avviso notificato in questi giorni rende ora consultabili anche gli esiti di quel lavoro tecnico. L’indagine resta aperta, ma entra in una fase più avanzata, in cui il confronto tra accusa e difesa diventa concreto e documentale.
E adesso? Con la relazione tecnica depositata e gli atti a disposizione, le difese possono esaminare le carte, presentare memorie e osservazioni. La Procura, dal canto suo, potrà valutare ulteriori interrogatori, integrazioni o nuovi passaggi procedurali. Non è l’epilogo dell’inchiesta. È il momento in cui le carte iniziano davvero a parlare. E l’attenzione resta puntata su quel telefono e su ciò che, forse, non ha ancora detto.
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