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LA NUOVA VITA GARANTISTA DI GIOACCHINO GENCHI

DA SUPERCONSULENTE DELLE PROCURE DI TUTTA ITALIA AD AVVOCATO DIFENSORE: L’UOMO DEI TELEFONI, DESTITUITO DALLA POLIZIA, RACCONTA IL GRANDE SALTO DA UN BANCO ALL’ALTRO DELLE AULE GIUDIZIARIE. E AD AMICI E NEMICI MANDA A DIRE CHE…

S - dicembre 2011 - di Andrea Cottone

 

Consulente delle procure, perito del tribunale, testimone, indagato, imputato e avvocato. Gioacchino Genchi, “l’uomo dei telefoni” originario di Catelbuono, per vent’anni consulente delle procure di mezza Italia, è anche un appassionato di tecniche di guerra. “L’esercito che vince – dice – non è il più numeroso, né il più organizzato. In guerra vince l’effetto sorpresa, l’attacco (o la difesa) che non puoi prevedere”. Così ha fatto la sua mossa, compiendo il “grande salto” da un banco all’altro dell’aula giudiziaria, dopo che il suo corpo d’appartenenza per 26 anni, la polizia, lo ha scaricato. “Fasi della vita, con un inizio e una fine” per Genchi che sta riorganizzando il suo ufficio – mettendo da parte i tre maxischermi oltre i quali si doveva guardare per parlare con lui – adeguandolo a ricevere i clienti. La targhetta “Studio legale Genchi” è pronta, poggiata su un bancone.

Un tradimento, quello della polizia, nei confronti di uno dei suoi più famosi funzionari? “Mi hanno sospeso perché lo ha chiesto Berlusconi – risponde Genchi distendendosi sulla poltrona – sono stato destituito perché non sono riusciti a salvarlo dal caso Ruby. La polizia lo ha inguaiato, con un trappolone, intercettando tutte le persone che gli gravitavano attorno. Hanno pensato, così, di farsi perdonare buttandomi fuori. Se fossi stato Manganelli me ne sarei andato io, piuttosto che cacciare Genchi. Anche se sono ambedue di Avellino, Manganelli non è Palatucci” dice citando il poliziotto, medaglia d’oro al merito civile, che salvò la vita a migliaia di ebrei nella seconda guerra mondiale. “E come dice Don Abbondio, – continua – il coraggio chi non ce l’ha, non se lo può inventare. Così ho deciso di chiudere una fase del mio percorso professionale per aprirne un’altra”. In fondo, per lui, non cambia molto: stessa squadra, stesse apparecchiature tecnologiche, un metodo sperimentato per quattro lustri. Quello che viene a mancare è, invece, “l’alibi” di cui s’è avvalso in tutti questi anni al servizio di procure e tribunali. “Un dirigente del ministero dell’Interno – racconta l’ex superconsulente – mi ha chiesto: ‘Caro Genchi, sei in aspettativa da oltre 15 anni, non prendi stipendio, paghi i contributi, hai rinunciato agli scatti di carriera… perché non ti dimetti? Così risolvi i tuoi e i nostri problemi col Governo’. Mi sarei aspettato una riflessione più intelligente”. In che senso? “Il lavoro in polizia è sempre stato l’alibi per l’attività che svolgevo solo al servizio della procura e dei tribunali. L’appartenenza alla polizia era il mio schermo protettivo, che mi consentiva, senza dispiacere nessuno, di poter rifiutare incarichi difensivi che numerosi privati mi chiedevano, venendo in studio con valigette piene di soldi. Nessuno poteva lamentarsi del mio rifiuto, ero un poliziotto e potevo lavorare solo per conto dell’autorità giudiziaria”.

Così, “nonostante i centinaia di anni di carcere e le decine di ergastoli che ho contribuito a far comminare a mafiosi e criminali di vario rango, non ho mai subito minacce, né ritorsioni, perché ero uno “sbirro” ed era nella natura delle cose. Ma loro mi hanno impedito di rimanere un poliziotto, togliendomi la più importante copertura istituzionale che mi legittimava e mi salvaguardava nella mia funzione”. Il solito Genchi.

E loro chi sono? “I Gasparri, i La Russa, il Copasir guidato da Rutelli, mentre Maroni mi ‘copriva’ sulle pagine di Panorama, Berlusconi mi bollava come ‘il più grande scandalo della Repubblica’”. E di tutti i procedimenti a carico dell’ex consulente, “ne resta solo uno a Roma, per l’acquisizione dei tabulati di Mastella, Prodi, Rutelli, Gentile e altri. Telefoni che ho dimostrato essere in uso a tutti tranne che agli stessi personaggi richiamati, come ha confermato per tutti, il senatore Beppe Pisanu”. Un attacco portato da più parti, un periodo difficile che Genchi è riuscito a trasformare da problema in risorsa. “Mi sono preso una pausa dal lavoro – racconta – mi sono rimesso in forma. Ho creato una piccola palestra in casa, ho perso 35 chili, corro sul tapis roulant ogni mattina ascoltando la rassegna stampa di Radio radicale. Ho compreso quanto sia fondamentale la vicinanza della famiglia, senza loro non ce l’avrei mai fatta. Ho imparato a distinguere i veri e i falsi amici. Uno di quelli veri mi ha detto: ‘Ogni tanto bisogna far finta di morire per vedere quanti telegrammi arrivano’. Ho ricevuto circa un milione di messaggi in quattro anni. Ho girato l’Italia e sono andato all’estero. Ho fatto centinaia di incontri e incontrato un sacco di brava gente”.

Poi arriva la svolta, il “grande salto”, dopo che l’ultima copertura istituzionale è saltata con la destituzione dalla polizia. Quindi il giuramento da avvocato a Roma e i primi clienti. “Del resto, qualche legale mi aveva definito ‘l’avvocato del pm’. Ora faccio l’avvocato degli imputati – dice elencando i suoi attuali incarichi a Cagliari, Milano, Caltanissetta, Roma, Firenze, Catania –“. Genchi gira istituti penitenziari, scoprendo la sua “celebrità” nel popolo delle carceri. “Un mio cliente mi ha detto: ‘Duttù, lei ca rintra è un dio. E chiddi ca parrano megghiu i lei su chiddi ca fi ci cunnannari’. Un altro, riferendomi il parere del suo compagno di cella, condannato grazie al mio lavoro, mi ha detto: ‘Lei è una persona seria’. Per i poliziotti contano gli encomi. Per me – puntualizza l’uomo dei telefoni – che ho sempre improntato il lavoro sulla correttezza nella ricerca della verità, essere definito ‘persona seria’ da chi sconta l’ergastolo a causa mia, vale molto più di un encomio”. Ma fra i clienti dello studio Genchi non ci sono solo personaggi rinchiusi nelle celle, ma anche chi siede sullo scranno più alto di Palazzo D’Orleans. “Raffaele Lombardo è estraneo alle accuse, ho dimostrato che non era presente a casa di Di Dio e le tante fandonie scritte dal Ros. Sono caduti i punti chiave dell’inchiesta. Ma la mia è una difesa tecnica – precisa Genchi – non oso difenderlo politicamente. In fondo ci pensano già abbastanza bene quelli del Pd. Io non sono certo alla loro altezza. Le indagini su Lombardo cominciano in un preciso momento storico, quando il governatore ha spaccato prima il Pdl, poi l’Udc e, in parte, anche il Pd. Nel quadro d’accusa ho trovato le stesse dinamiche che ho subito io”. Fra i clienti di peso c’è anche Pietro Di Vincenzo, controverso imprenditore nisseno, con un sequestro da 300 milioni sulle spalle, un processo per mafia (assolto) e un altro per estorsione ai suoi stessi dipendenti (chiuso in primo grado con una condanna a 10 anni). “Ho ricevuto critiche da un amico giornalista di un periodico antimafia, che stimo e apprezzo e a cui sono molto affezionato, per la mia scelta di difendere Di Vincenzo. Non capisco la sua sorpresa. Perché, da consulente dell’accusa, non posso indossare i panni del difensore quando ancora oggi in Italia i pm che per tanti anni hanno sostenuto l’accusa, possono addirittura indossare la toga di giudice terzo per poi magari giudicare – come accade – gli stessi imputati che, in passato, hanno accusato?”.

Un Genchi inedito, quello che ha attraversato lo spazio che divide un banco dall’altro all’interno di un’aula giudiziaria. Una distanza che si scopre essere molto più ampia di quanto si possa pensare. “C’è una grossa disparità che ancora rimane nel processo penale fra accusa e difesa. E rifletto molto su alcuni pensieri sentiti per la prima volta da Giovanni Falcone e che oggi sto comprendendo e apprezzando più di ieri”. Genchi a favore della separazione delle carriere? “È un’esigenza che è ormai imprescindibile”. Si direbbe che qualcosa è cambiato e non solo nell’arredamento del bunker di piazza Principe Camporeale, a Palermo, dove sono transitati i grandi misteri italiani degli ultimi vent’anni: dalle stragi alle talpe alla Dda, gli scandali fi nanziari e l’incompiuta inchiesta ‘Why not’, l’inizio della fi ne del Genchi-poliziotto. Ma “l’uomo dei telefoni” non ha rinunciato ad avere quella che ritiene giustizia sacrosanta, “neanche nel ventennio fascista abbiamo trovato un funzionario pubblico cacciato per aver espresso opinioni”. Ha presentato ricorso al Tar contro la destituzione della polizia. Un giorno potrebbe arrivare un reintegro e la possibilità di tornare a lavorare con giudici e pm. Genchi torna a distendersi sulla poltorna, socchiude gli occhi azzurri, poi commenta quest’ipotesi con la solita, sottile ironia che lo contraddistingue: “Io credo molto nei percorsi d’andata, non tanto in quelli di ritorno. E nella mia vita sono sempre andato avanti”.

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