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La caccia elettronica ai soldi dei colombiani

Repubblica - 5 dicembre 2000 - di Enrico Bellavia - Salvo Palazzolo

La caccia elettronica agli ultimi riciclatori in cui si è imbattuta la Procura di Palermo è iniziata davanti ad un hamburger. C’è sempre un momento in cui i soldi sporchi devono essere consegnati. Poi, da una banca all’altra, si possono spostare restando comodamente seduti in poltrona con una email, un sms o il vecchio fax. Sistemi sicuri. Ma perché la catena si avvii, quei soldi devono comunque essere consegnati: venne il giorno, un afoso pomeriggio d’agosto, che l’insospettabile cittadino colombiano Alfreto Becerra Barrera, presunto referente del cartello della droga di Antonio Romano Carvajalino, diede appuntamento al commercialista palermitano A.P. al Mac Donald’s di piazza di Spagna, a Roma. Sotto il tavolo infilò il sacchetto pieno zeppo di banconote. Il tempo di un hamburger e una coca cola, appunto. Poi, ognuno per la propria strada. Da quel momento è iniziata la caccia elettronica. Per tutta l’Italia, attraverso decine di schede telefoniche, prenotazioni d’alberghi e carte di credito sino alla Banca del Gottardo di Montecarlo dove P. è stato arrestato nel settembre dell’anno scorso e condannato a sette anni, con l’accusa di riciclaggio. La caccia informatica che i sostituti procuratori Maurizio De Lucia e Gaspare Sturzo hanno affidato al vice questore Gioacchino Genchi, consulente informatico della Proura, ha dato i suoi frutti. Così è stato riscritto il manuale del perfetto riciclatore. Osservando i tabulati delle telefonate, ogni tanto scomparivano le conversazioni a voce e il cervellone del gestore registrava: codice 06, codice 07, 08, a seconda che sia in entrata o in uscita, su rete italiana o estera. Ma il contenuto era destinato a restare sconosciuto. Sarebbe così anche oggi. Almeno sino a quando tutti i gestori della telefonia mobile non saranno attrezzati. O la legge prevederà precisi obblighi nei confronti dei gestori. A volte ci si mette pure la privacy: il procuratore nazionale Pier Luigi Vigna è stato uno dei primi a denunciare alla Commissione parlamentare antimafia il muro di gomma che si era creato: se i magistrati inquirenti avessero chiesto i tabulati telefonici di Totò Riina risalenti a più di cinque anni fa, si sarebbero viste rispondere picche. Tutto per una controversa interpretazione delle norme sulla privacy. E ancora oggi prosegue il braccio di ferro fra le procure antimafia e i gestori telefonici. Pur fra mille difficoltà, l’ultima caccia elettronica della Procura di Palermo ai manager dei riciclaggio ha dato comunque i suoi frutti. Telefonate e messaggi elettronici lasciano il loro segno. E così anche se a piazza di Spagna le strade di Alfreto Becerra e A.P. sembravano essersi divise, in realtà, sono proseguite parallele. E di recente l’inchiesta, condotta dal Gico della Guardia di Finanza, ha avuto una svolta. Nel Principato di Monaco, sono finiti sotto inchiesta quattro ex funzionari della Banca del Gottardo che avrebbero favorito la ripulitura dei soldi consegnati dal commercialista palermitano.