CONTATTA LO STUDIO
Pbx con ricerca automatica: 0692959901

WhatsApp: +39 335238128

Telegram: @gioacchinogenchi

Cellulari, spioni e schede fasulle: la grande rete di Totò Cuffaro

Donne inesistenti e pentiti sulle utenze del governatore - Oltre un milione e mezzo di tracce nell’inchiesta siciliana raccontano la vita segreta del presidente - Le ricostruzioni del consulente della Procura nel processo alle talpe - Un vortice di numeri telefonici: su uno, 54 chiamate dagli uffici regionali del Sisde

Repubblica - 24 novembre 2005 - di Attilio Bolzoni

PALERMO — Per più di un anno Maddalena Carollo, nata il 24 giugno del 1951 a Villabate in provincia di Palermo, ha parlato con mafiosi e spioni, assessori che prendevano ordini dalla «famiglia» di Brancaccio e marescialli infedeli che prendevano soldi. Quando qualcuno ha tentato di capire chi fosse mai questa signora così addentro a quelle cose di Palermo, ha scoperto che per l’anagrafe italiana Maddalena non era mai esistita. Falsa era la data di nascita e falso pure il codice fiscale esibito per attivare una carta sim. Quella scheda in realtà la usava un uomo: il governatore Totò Cuffaro.

In un milione 651 mila 584 tracce telefoniche è raccontata l’altra vita del presidente della Sicilia, quella segreta dei contatti più inconfessabili, quella delle conversazioni con gli 007 su utenze copertissime, quella dei messaggi con una combriccola di carabinieri o ex carabinieri diventati deputati. Per queste «parlate» il governatore Cuffaro in un paio di anni ha utilizzato una ventina di «carte» diverse e almeno un centinaio di cellulari, più i sette telefonini intestati a suo nome, più i due numeri fissi della sua segreteria e quegli altri tre della sua casa a Villa Sperlinga. Tra le tante schede adoperate da Totò ce n’era pure una a nome di Francesco Campanella, quel presidente del consiglio comunale di Villabate che qualche mese fa si è pentito e ora sta facendo tremare i Palazzi della Regione.

Tutti i particolari dell’altra vita del governatore sono stati svelati in udienza pubblica a Palermo, testimonianza del consulente informatico della Procura Gioacchino Genchi, un super esperto di «traffici» telefonici, l’analista che ha esaminato i computer di Falcone dopo Capaci e il movimento dei cellulari dei suoi assassini. Il dibattimento è quello che qui in Sicilia chiamano «il processo alle talpe», gli spifferi partiti da alcuni uffici investigativi per avvertire Cuffaro che c’era un’indagine a suo carico. Ruberie nella Sanità, milioni di euro stornati agli amici e soprattutto a Michele Aiello, boss delle cliniche, primariati decisi nei summit convocati dal capo mandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Affari conclusi tra mafiosi e uomini politici. Così il governatore è rimasto invischiato in quella rete, mandato a giudizio per avere favorito Cosa Nostra.

Tra le prove dell’accusa c’è quella valanga di tracce telefoniche con al centro sempre Totò Cuffaro.

E’ un vortice di numeri, una girandola di schede, una selva di cellulari quella che l’ha inghiottito tra il 2001 e il 2002. Con una carta sim intestata a lui usa 29 cellulari, un’altra privata la inserisce in 7 cellulari, un’altra (ma della Regione) la sistema sempre in altri 8 cellulari. Quella che è a nome del futuro pentito di Villabate cambia 31 cellulari che chiamano e ricevono per 62 mila telefonate, 60 mila in entrata e 2 mila in uscita. Quei 31 cellulari a loro volta ricevono in pochi mesi 50 schede diverse, decine di migliaia le tracce lasciate. Molte sono in uso a Vito e a Giuseppe, gli autisti del governatore. Le telefonate più «calde» arrivano quasi tutte lì, sostengono i procuratori di Palermo.

Sono 2496 i contatti accertati del telefono intestato alla donna fantasma Maddalena Carollo. La sua scheda si attiva il 28 giugno del 2001 e si disattiva il 29 dicembre del 2002. E’ l’11 luglio del 2001 quando per la prima volta Cuffaro riceve una telefonata su quell’utenza. Alle 18,34, lo chiama suo fratello Silvio. Il giorno dopo, il 12 luglio, è a Roma per una riunione della Casa della Libertà per decidere gli assessori del suo governo, è «posizionato nella zona dell’Aventino» e riceve una chiamata da Palermo. Il 13 luglio il cellulare — e chi lo ha in uso — è ancora a Palermo e riceve alle 17,53 le telefonate del sottosegretario dell’Udc al Lavoro Saverio Romano e del leader dei neo autonomisti siciliani Raffaele Lombardo. Su quella scheda che risulta di proprietà di Maddalena Carollo — e che Cuffaro ha sempre smentito di aver utilizzato — qualche giorno dopo viene intercettata e registrata una telefonata. Da una parte c’è Mimmo Miceli, all’epoca assessore comunale di Palermo che trama con il capomafia Guttadauro per scegliere un primario al Policlinico. Dall’altra parte c’è la voce del governatore. La scheda della donna senza nome e senza volto è stata acquistata all’«Enterprise Service» di Villabate, in via Medici 19. Proprietario del negozio di telefonia era il presidente del consiglio comunale Francesco Campanella.

E proprio sull’utenza di Campanella il governatore viene chiamato in diciotto mesi 54 volte da un ufficio del Sisde, quello di via Notarbartolo a Palermo. Chi chiama Cuffaro in quell’anno e mezzo?

E perché gli agenti segreti di stanza in Sicilia lo cercano così frequentemente? E’ una brutta vicenda che non è ancora del tutto chiara. Ma certi fatti si possono già ricostruire. Qui a Palermo in quei mesi c’era una guerra per bande. Cuffaro da una parte e Forza Italia dall’altra si erano «impossessati» di pezzi di Sisde e di Sismi, funzionari e ufficiali che erano vicini a questo o a quel potente siciliano. Un servizio quasi «privato». A un certo punto il governatore sembrava più coperto dei suoi amici rivali di Forza Italia e, a Palermo, arrivò all’improvviso una squadretta del Sismi per bilanciare il peso della «stazione» locale. La guerra tra gli spioni si scoprì dalle intercettazioni sulle talpe, quell’ufficio del Sismi piovuto da Roma fu chiuso in fretta e furia inseguito dalle investigazioni della Procura.

La storia del processo per l’inchiesta svelata sul governatore della Sicilia è tutta chiusa in una relazione «sulla riconducibilità delle utenze in uso a Cuffaro Salvatore», migliaia di pagine e di numeri, di triangolazioni telefoniche, di agende criptate. E’ nel computer dell’assessore Miceli che il consulente Gioacchino Genchi trova che la scheda intestata al pentito Campanella era sotto la voce «Giovanni, segretario Totò». E’ nel movimento delle chiamate del maresciallo dei Ros Giorgio Riolo e del deputato dell’Udc Antonio Borzacchelli (un ex sottufficiale dell’Arma) che i carabinieri del reparto operativo e i procuratori Prestipino, De Lucia e Di Matteo arrivano a tre utenze riservatissime: erano del Sisde. E’ nella rubrica di Borzacchelli che trovano sempre un numero con accanto sigla: «Cuff». Il numero era quello di Maddalena, la donna di Villabate che non esiste.

Screenshot 2019-05-26 17.58.11