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Per anni aveva gestito la contabilità dell’Associazione procedure esecutive notai di Termini Imerese (Apenti), la struttura che coordina i notai delegati alle vendite giudiziarie del Tribunale. Tra bonifici, riparti e provvedimenti di liquidazione, Anna Maria Lembo, 43 anni di Campofelice di Roccella, era il punto di riferimento amministrativo dell’ufficio da cui ogni giorno transitavano le somme legate a decine di esecuzioni immobiliari. Proprio da quella scrivania, secondo la Procura, sarebbe partito un sofisticato meccanismo di falsificazioni e trasferimenti illeciti a suo favore per quasi un milione di euro. La dipendente, per la quale è stato chiesto il rinvio a giudizio (il Gup Nicoletta Frasca ha fissato l’udienza preliminare a fine novembre, in città), avrebbe creato provvedimenti giudiziari taroccati, riproducendo in modo fraudolento le firme digitali di magistrati e simulando ordini di pagamento per giustificare lo spostamento dei fondi da un conto all’altro.

Falsi, truffe e accesso abusivo a sistemi informatici i reati contestati. I documenti erano apparentemente regolari, intestati a procedure reali e perfino contrassegnati dai nomi di giudici come Alessia Lupo, Antonia Libera Oliva e Daniele Gallucci: in realtà, per gli inquirenti, si trattava di atti non autentici, che avrebbero permesso alla contabile di appropriarsi di più di 900 mila euro. Il denaro, proveniente da conti intestati alle procedure esecutive o all’associazione stessa, sarebbe stato riversato – spiegano i magistrati – su conti personali della Lembo, dei suoi familiari e sulla ditta del fratello, la Pulisud Servizi di Lembo Giorgio. Solo una parte di questi soldi sarebbe stata poi reimpiegata in spese correnti, stipendi e versamenti tributari, con l’intento di mascherarne l’origine fraudolenta. L’inchiesta era nata nel luglio del 2020 da due denunce presentate a pochi giorni di distanza. La prima è del presidente dell’associazione, il notaio Angelo Piscitello, che il 21 e il 22 luglio segnalò alla guardia di finanza di Termini Imerese gli ammanchi sospetti. La seconda, ancora più dettagliata e documentata, è stata presentata alla Procura – il 25 dello stesso mese – dal notaio Valeria Licciardello, anche lei socio di Apenti, assistita dall’avvocato Gioacchino Genchi.

La professionista ha riferito di avere accertato che «gli ammanchi e le operazioni verosimilmente illecite erano di gran lunga superiori e per importi assai più rilevanti di quelli indicati dal collega Piscitello». Ma ha anche sottolineato che «lo storno delle somme dai conti delle procedure risultavano eseguite allo sportello della filiale Unicredit di Cefalù, dove non mi sono mai recata» e che «alcuni libretti bancari, dove erano affluite le somme pagate dagli aggiudicatari, risultavano estinti con l’integrale prelevamento degli importi accreditati».

Dalle verifiche bancarie e dalle consulenze sarebbe emersa una contabilità parallela, fatta di bonifici multipli, accessi non autorizzati all’home banking e causali di pagamento solo apparentemente regolari. L’inchiesta, coordinata dai pm della Procura di Palermo (ritenuta competente) Giulia Beux ed Eugenio Faletra, ha portato a una contestazione complessa: falsità materiale e ideologica, truffa aggravata, accesso abusivo a sistemi informatici, furto aggravato e autoriciclaggio. Tutti reati che, per gli inquirenti, Lembo avrebbe commesso tra il 2014 e il 2020, approfittando della fiducia dei suoi capi e della conoscenza dei flussi finanziari interni.
Nel documento con cui la Procura ha chiesto il processo si legge che la donna «si impossessava di somme di denaro che, al netto delle quote stipendiali a lei spettanti, ammontavano complessivamente a 966.392,03 euro, sottraendole dal conto corrente intestato all’Apenti mediante illegittime disposizioni di bonifico». Gli atti apocrifi, aggiungono i magistrati, «venivano utilizzati per indurre in errore i notai dell’associazione, i quali, nella convinzione di eseguire legittimi provvedimenti, trasferivano ingenti quantità di denaro da conti correnti intestati alle procedure esecutive ad altri conti correnti» mentre le operazioni sarebbero state eseguite «con l’indicazione nei vari campi di causali generiche e verosimili, ma con coordinate Iban riconducibili in realtà a sé, ai suoi familiari o alla società del fratello».

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